domenica 30 aprile 2017

Manifesto della fotografia futurista

"La fotografia di un paesaggio, quella di una persona o di un gruppo di persone, ottenute con un'armonia, una minuzia di particolari ed una tipicità tali da far dire: "Sembra un quadro", è cosa per noi assolutamente superata"


Questo è l'incipit del manifesto della fotografia futurista pubblicato nel 1930 a firma di Filippo Tommaso Marinetti e dell' "aeropittore" Tato. 

In questi giorni mi è capitato di vedere diverse immagini degli anni 30 e anche precedenti come alcuni esperimenti di "fotodinamica" di Anton Giulio Bragaglia del 1910 e in un attimo mi sono reso conto con assoluta certezza che la fotografia ha un debito di riconoscenza nei confronti di questi pionieri enorme. 
Infatti la fotografia post bellica, quella degli anni cinquanta e sessanta, la nostra fotografia dell'era digitale, la fotografia di moda e pubblicitaria, la foto sportiva, la fine art e persino la fotografia documentaristica  attingono a piene mani a stili e forme della fotografia futuristica.
Due righe di storia forse sono utili, erano i primi anni del novecento e due fratelli Anton Giulio e Arturo Bragaglia iniziano a sperimentare la "fotografia dinamica" ossia la possibilità di riprodurre il gesto in movimento in un immagine utilizzando tempi lunghi quanto il movimento stesso, con il risultato di evidenziarlo nella smaterializzazione dei corpi come preconizzato dal concetto artistico futurista. Siamo nel 1910 e risulta immediato immaginare la complessità tecnica di tale realizzazione che perlatro avvicinava all'arte il concetto di fotografia, cosa questa che suscitò diversi malumori in personaggi come Balla e Boccioni che in qualche modo osteggiarono e avversarono la fotografia proprio perchè così entrava a pieno diritto nel concetto artistico avvicinandosi e accostandosi alla pittura dinamica del periodo.
Giacomo Balla - Dinamismo di un cane al guinzaglio 1912 
Anton Giulio Bragaglia - Inchino 1911
Queste diatribe in qualche modo vennero da un lato alimentate dall'altro smorzate e tenute a freno da Marinetti padre e fondatore del futurismo che invece si dimostrava molto attento alle sperimentazioni e alle innovazioni e quindi anche a quanto avveniva nel mondo della cinematografia e della fotografia.
Per questo motivo nel 1930, insieme con l'"aeropittore" Tato (Guglielmo Sansoni), scrisse il manifesto della fotografia futurista che risultò essere oltre che una vera e propria rivoluzione anche un modo per porre le basi per una serie di sperimentazioni che da quel momento in poi saranno fondamentali per lo sviluppo dello stile fotografico delle generazioni a venire.
Proviamo a vedere e confrontare alcuni punti di questo manifesto cercando le influenze nella fotografia odierna.

"1° Il dramma di oggetti immobili e mobili; e la mescolanza drammatica di oggetti mobili e immobili; 2°il dramma delle ombre degli oggetti contrastanti e isolate dagli oggetti stessi; 3° il dramma di oggetti umanizzati, pietrificati, cristallizzati o vegetalizzati mediante camuffamenti e luci speciali; "


Elio-Luxardo - Scarpa 1940
Loubutin advertising 2009
In questa immagine vediamo un esempio di commistione e mescolanza di oggetti che insieme ad un uso delle luci portano alla realizzazione di uno still life che richiama in maniera prepotente immagini ben più glamour e sofisticate come quelle di alcune campagne pubblicitarie di brand blasonati, ad esempio è del 2009 la campagna di Loubutin dove le sue scarpe gioiello vengono inserite in contesti immaginifici immobili e con un uso particolare delle luci che richiama la pittura barocca ma che in definitiva ricorda molto da vicino il concetto di unione di oggetti diversi e non congrui e la drammatizzazione degli oggetti mediante le luci. 


Tato - Il borghese perfetto 1930
Questo esempio può essere affiancato a una notevole quantità di immagini che il nostro attuale immaginario ci propone ad esempio umanizzare gli oggetti come lo stesso Tato aveva realizzato in diverse sue opere fotografiche o porre l'accento sulle ombre è stato fonte di un lavoro intenso da parte di diversi fotografi che hanno fatto di questa ricerca un loro preciso stile distintivo. 
Ad esempio fotografi di moda come Guy Bordin hanno sempre cercato di provocare a partire dai loro primi lavori dove l'uso delle ombre risulta marcato come in questa immagine del 1972 e la commistione tra umano e inanimato diventa massima in questa altra sua immagine che rappresenta in toto il suo stile. 


Guy Bordin
Efrem Raimondi - Contact

Altri fotografi come l'italiano Efrem Raimondi hanno evocato spesso concetti legati alla sperimentazione futurista portandoli in ambiti fotografici più tipicamente legati al design o al ritratto con risultati sorprendenti e assolutamente attuali e provocatori.
Ne sono esempi alcuni suoi lavori come "Contact" dove l'unione uomo oggetto risulta essere intersecata e assolutamente completa. Perlatro tutta la produzione di Efrem Raimondi è avanguardistica e splendidamente imperfetta, provocatoria e disturbante per molti puristi. Foto mosse, sfocate inquietanti specie se ritratti che non ci riportano immagni quiete ma che rivelano strati profondi e che possono essere rivelatori di altri io e che sono assolutamente riferibili alla possibilità di esplorazione futurista della "composizione organica dei diversi stati d'animo della persona"


"10° le amorose o violente compenetrazioni di oggetti mobili o immobili; 11° la sovrapposizione trasparente o semitrasparente di persone e oggetti concreti e dei loro fantasmi semiastratti con simultaneità di ricordo sogno;  "


Wanda Wultz - Io+gatto 1932
Tato - Aereoritratto del poeta Mino Sommenzi 1934
Queste altre voci del manifesto della fotografia futurista sono assolutemente attuali e ad oggi fanno parte in assoluto del nostro immaginario fotografico e quotidiano. Anzi potremmo quasi dire che sono ispiratrici di tante manifestazioni artistiche fotografiche e non. Se pensiamo alla realizzazione delle opere di fotografi come lo stesso Tato, che realizzò una serie di ritratti con la sovrapposzione di oggetti in una serie di fotomontaggi pioneristici con effetti decisamente molto al di là delle più rosee prospettive di photoshop, o di Wanda Wultz autrice di un magnifico autoritratto dal titolo "io+gatto" del 1932 che può essere considerata quasi l'antesignana di una attuale "cat woman". Queste sperimentazioni hanno influenzato fotografi di altissimo livello come ad esempio Giovanni Gastel che io attualmente considero il più estroso e artistico dei fotografi. Gastel nella sua carriera ha realizzato delle serie fotografiche con fotomontaggi assolutamente poetici e interessantissimi come la serie degli angeli caduti o la campagna per la Chopard dove gioielli, ali di farfalla e profili femminili si fondono in un unicum assolutamente irreale e fantastico.
Giovanni Gastel a sx campagna Chopard a dx Metamorfosi
Ovviamente questi sono solo degli esempi, e vi invito a vedere le immagini di questi maestri e a cercarne altre anche se ritengo che il concettualizzare in maniera assoluta ed i parallelismi siano riduttivi, ma risulta anche interessante cercare queste analogie per capire come la voglia di sperimentare in ambito fotografico sia stata sempre basata sul concetto di innovazione e in definitiva sul concetto di imperfetto... si di imperfetto perchè il detto "sembra un quadro" equivale al nostro più recente... "che bella foto sembra una cartolina" che corrisponde alla morte della fotografia.

In un mondo come il nostro, social e confuso dove siamo bombardati da immagini sempre più definite e dove ci si definisce fotografi e artisti in base spesso all'ultimo modello di macchina fotografica e non alle idee, credo come sempre che tornare un pò indietro alla voglia pioneristica di sperimentare e di cercare soluzioni nuove, possa in qualche modo essere linfa vitale per un mondo ormai sempre più stereotipato e omologato. Come già in altri post avevo scritto la tecnologia non deve essere lei stessa la rappresentazione artistica ma solo un mezzo da usare per potere trovare nuove idee e una nuova strada sicuramente non perfetta ma che abbia realmente qualcosa da dire al di là degli effetti dei filtri di instagram...


Gianfranco Spatola 2017 Autoritratto futurista



lunedì 21 novembre 2016

Intervista su ProntoPRO

Oggi è uscita una interessante intervista che hanno realizzato i ragazzi del gruppo di ProntoPRO, è stata una bella occasione per parlare di fotografia vi allego il link e spero che vi piaccia:

https://www.prontopro.it/blog/alla-scoperta-del-fotografo-professionista-gianfranco-spatola/

sabato 14 maggio 2016

Che cosa NON è la Street Photography...

Parlando di generi fotografici spesso ci si ritrova in una specie di foresta insetricabile di definizioni, etichette, sottogeneri che nenache Indiana Jones o la più tosta delle Lara Croft riuscirebbe ad uscirne. Ma in realtà molto spesso questi sono solo definizioni per coloro che si divertono più a parlare che a fare fotografia.
Il caso eclatante è quello della Street Photography o Fotografia di strada dove le definizioni si sprecano e anche fiumi di inchiostro e di parole, video, tutorial, seminari, webinar etc. etc.
Uno dei primi problemi che tutti si pongono è chi sono i grandi maestri della street e anche lì nomi più o meno a casaccio da Cartier Bresson, alla scuola americana da Robert Frank a William Klein ma alla fine mi chiedo se è poi così importante stabilire le caratteristiche di un genere...
Sicuramente come in tutta la fotografia è fondamentale guardare guardare guardare, le foto di chi ne ha fatto la storia, guardasi attorno, essere quasi bulimici di immagini, ma questo non deve confondere su quello che in realtà è la fotografia.
La fotografia di strada insieme con il ritratto è di per sè la fotografia nel senso più puro del termine.
Una diligenza della Well's Fargo
Agli albori della storia fotografica quelle enormi attrezzature venivano usate o per fare dei ritratti o per raccontare degli eventi o per essere testimoni di un momento o di un luogo, il concetto di fotografia come riproduzione della realtà oggettiva veniva presto messo da parte perchè si scontrava sempre più con la visione soggettiva del fotografo che poteva raccontare secondo la sua sensibilità quanto lo circondava.
Bene questi sono concetti base della storia della fotografia, la dicotomia tra io soggettivo e io oggettivo ha riempito anche lei pagine e pagine arrivando alla conclusione che non esiste un io oggettivo ma che le fotografie sono sempre e comunque governate da un io soggettivo ossia lo sguardo e la sensibilità del fotografo.
Eugene Atget
Chiarito questo punto la confusione sul concetto di "street" diventa massima perchè chi sostiene che la fotografia di strada è esclusivamente legata all'attimo e rappresenta una realtà oggettiva, va contro il concetto fondante la fotografia ossia il predetto io soggettivo.
Come vediamo in realtà creare dei generi è una evidente autolimitazione, nelle definizioni è insito il loro stesso limite.
Per cui cosa NON è la fotografia di strada?
Sicuramente non è una foto in posa, non è quindi un ritratto in studio, non vi è controllo delle luci se non quelle naturali, non vi sono orpelli, mistificazioni, magie da post produzione non vi è nulla di quello che spesso oggi intendiamo per intervento creativo (che poi lo sia davvero è un altro paio di maniche, acuni ritratti post prodotti sono semplicemente indecorosi per l'uso di photoshop).
E' una fotografia ruvida, un raccontare per immagini un luogo, un paese, una società. E' una testimonianza dei tempi di Atget come degli USA degli anni 60 e 70 o dei giorni nostri e se organizzata e legata ad un idea diventa reportage o fotografia documentaristica, se legata a fatti di cronaca diventa fotogiornalismo, sempre è racconto in una o più immagini.
Letizia Battaglia
La reale percezione è che non si può fare a meno della fotografia di strada perchè il nostro mondo sociale fa sì che per un fotografo tutto quello che lo circonda diventa potenziale scatto; spesso mi trovo ad immaginare l'occhio di un fotografo come una specie di occhio bionico che vede di colpo la sua fotografia venire fuori tridimensionalmente dal contesto e manifestarsi al suo creatore che deve premere il grilletto ossia il pulsante di scatto.
William Klein
La rappresentazione del quotidiano è l'obiettivo principale della fotografia e a latitudini diverse con sensibilità diverse e con stili diversi spesso si riproducono stili e empatie è il caso di foto di strada come quelle di Klein e di Letizia Battaglia adei bambini che giocano con delle pistole, diversissime come stile ma vicine nel racconto quotidiano.
In buona sostanza il risultato è sempre lo stesso, fotografare deve diventare come respirare e se si respira lo si fa dovunque e la strada, terreno sociale di interazione umana, è il luogo perfetto per racconti piccoli e grandi, per amori e perdite per testimonianze e innovazioni che devono necessariamente andare al di là delle etichette quindi la Street Photography sicuramente NON è un genere... è la fotografia.


mercoledì 16 dicembre 2015

La Notte bianca del diritto allo studio


Il 10 di dicembre a Palermo e in tutta Italia si è svolta la Notte Bianca del Diritto allo Studio Universitario con tantissimi eventi organizzati in diverse città italiane per confrontarsi sul diritto allo studio, oggi in sofferenza anche a causa dei nuovi parametri ISEE che hanno messo “fuori gioco” alcune fasce della popolazione studentesca.
Tra gli eventi a Palermo presso il pensionato universitario San Saverio il Presidente dell'ERSU ha inaugurato una "Sala Bataclan". 
Questo spazio dedicato alle vittime degli attentati di Parigi del novembre scorso diventerà uno spazio polifunzionale a disposizione degli studenti.

In occasione di questa inaugurazione mi è stato chiesto di creare insieme con il pittore Roberto Fontana una sorta di installazione pittorico-fotografica in una delle pareti della sala.
In quei giorni a Parigi ho scattato diverse foto ma in un primo momento volevo che fossero soltanto mie, quasi con un egoistico senso di protezione verso Parigi, un senso di protezione che non mi permetteva di mostrarla ferita come era in quelle ore che sono seguite agli eventi del 13 novembre. 
Poi, vista l'occasione, ho pensato che la notte del diritto alla studio fosse la causa più giusta e la migliore per ricordare le vittime e il senso di impotenza di quella città.

Senso di impotenza che noi che siamo cresciuti a Palermo, conosciamo molto bene perchè l'aria dopo un attentato che coinvolge tutti, dopo le stragi di mafia, dopo l'uccisione del giudice Falcone e del giudice Borsellino, dopo l'omicidio del generale Dalla Chiesa, diventa tangibile, densa, il silenzio spettrale, le persone si muovono come automi costretti a fare cose che in quel momento forse ritieni inutili, ma che sono le cose di tutti i giorni.

In una giornata e in una notte dedicata al diritto allo studio nulla è più importante che ricordare queste vittime, perchè sono fortemente convinto che solo la cultura e solo la bellezza, come già ho scritto,  possono evitare che avvengano altre stragi, perchè la cultura e la bellezza fanno crescere la consapevolezza e l'accettazione dell'altro e superano le barriere religiose, politiche, storiche facendoci diventare soltanto cittadini di questo meraviglioso mondo che si chiama terra.


Servizio di TGS sull'inaugurazione della Sala Bataclan Al pensionato universitario Di San Saverio A Palermo

Servizio di MTV sulla notte bianca e l'inugurazione della Sala Bataclan al Pensionato universitario di San Saverio a Palermo

domenica 22 novembre 2015

Questo post doveva parlare di...

Questo post doveva parlare di... arte
Questo post doveva parlare di... fotografia
Questo post doveva parlare di... immagine
Questo post doveva parlare di... bellezza
Questo post doveva parlare di... cultura
Questo post doveva parlare di... sogno
Questo post doveva parlare di... Paris Photo...


Ma purtroppo questo post non potrà parlare di nulla, perchè una settimana fa un gruppo di uomini ignoranti ha deciso che Parigi doveva essere non la patria dell'arte e della cultura, ma semplicemnte un luogo dove glorificare la più totale e cavernicola delle manifestazioni umane... la violenza.
Violenza gratuita, inutile, infarcita di luoghi comuni su un Dio vendicatore e su politiche di ritorsione, violenza ancora più selvaggia perchè condita con dubbi sulle vere motivazioni di un atto così barbaro.
Non posso fare a meno di pensare che quanto è successo venerdì 13 novembre 2015 sia stato voluto e cercato non solo da chi ha materialmente messo in atto le azioni violente ma anche da chi nulla ha fatto per evitarle, forse perchè utili ad altri fini.

Il risultato è che una città simbolo della cultura, viene trasformata in una arena e la cultura diventa la vera sconfitta di tutte queste guerre.
Infatti è nell'ignoranza che crescono i disagi delle Banlieu parigine e delle periferie del mondo, è nell'ignoranza che si diffondono credi fasulli e devastanti vuoti mentali, è nell'ignoranza che persone possono anche solo pensare di distruggere altre vite e farlo in nome di un Dio vendicatore... e non dimentichiamo che è sempre nell'ignoranza che anche noi popoli occidentali abbiamo perpetrato gli stessi crimini alcuni secoli fa... 
L'ignoranza è la madre di tutto quello che di peggio l'uomo può concepire, da lei deriva la superstizione, la paura dell'ignoto e del diverso, la chiusura nei confronti delle novità e l'incapacità di crescere e di conoscere.
La migliore risposta a quelli che vogliono fare precipitare il mondo in un era oscurantista e ignorante è proprio quella di non chiudersi anzi di rinnovare la propria capacità di conoscere e crescere.
Bisogna uscire, andare nei musei, alle mostre, alle conferenze, a teatro, bisogna leggere, bisogna crescere e far crescere i bambini, i ragazzi, portandoli a vedere sempre cose nuove e raccontandogli la bellezza dell'arte passata e presente, spiegandogli che il mondo non è fatto di bombe ma di arte e bellezza e che l'uomo è capace di cose meravigliose se solo lo desidera...

Ho scritto su Instagram che per me Parigi é una boccata d'aria ogni anno. Ma il week end del 13 Novembre 2015 la boccata d'aria sapeva di polvere da sparo e dolore. Vi allego qui un link ad alcune foto che ho fatto in quei giorni, non quelle scatate al Bataclan o a Place de la Republique l'indomani, hce pure ci sono ma che preferisco tenere nella mia mente e nel mio cuore, ma quelle che raccontano momenti di vita normale... perché questa é Parigi e così bisogna continuare a viverla...


domenica 1 novembre 2015

Fotografia meditativa...

Palermo - Palazzo Riso - Contax S2 obiettivo Zeiss 45 mm 
Tmax 100  - sviluppata in Rodinal
Esistono diversi testi in cui si parla di meditazione e fotografia... Chi di noi scatta da tanti anni ha sviluppato una sorta di diversa percezione della capacità di realizzare un immagine, per cui esiste la fotografia fatta per lavoro sia essa giornalistica, di reportage, sportiva, esiste la fotografia documentaristica, esiste la fotografia di cerimonia, quella di moda o pubblicitaria, la foto di food e via così... ma tutte queste immagini scattate per lavoro non sono vive, non hanno un anima, solo pochi riescono a infondere nelle loro fotografie qualcosa che le renda, anche se solo delle immagini scattate per lavoro, speciali ed uniche e alle volte, come spesso ripeto, iconiche.
Poi c'è un altro approccio alla fotografia che è quello di una ristretta cerchia di fotografi che scelgono di fare quella che oggi viene definita con un termine molto cool "fine art photography". 
Man Ray Distorsion Burn Blur
Stiamo attenti la fotografia artistica non è soltanto quella concettuale, astratta, che affonda le sue radici nella fotografia surrealista o futurista e di qualunque avanguardia artistica, fotografia artistica può essere anche la fotografia di reportage se fatta con criteri assolutamente lontani dal concetto di "scatto per lavoro"...
Da una parte qui da noi, dove non esiste un vero mercato della foto fine art, oggi sempre più spesso vedo immagini considerate artistiche che non riesco ad inquadrare, che non riesco ad inserire in una reale progettualità criterio fondamentale per potere perseguire un intento artistico, a mio modo di vedere, perché senza una progettualità qualunque espressione artistica rimane fine a se stessa e si autodistrugge.
L'assenza di un mercato italiano della fotografia artistica (di cui mi piacerebbe parlare magari in un altro post) è fonte di una desertificazione delle menti e di una totale omologazione dell'immagine che oramai, con poche eccezioni di altissimo livello come ad esempio Giovanni Gastel che per me e per molti è un vero poeta della fotografia, si è sclerotizzata su una serie di post produzioni più o meno spinte e una serie di utilizzi di preset di photoshop per rendere un ritratto falsamente vintage secondo i canoni dilaganti dell'advertising nostrano...

Tutto questo discorso per arrivare a cosa... probabilmente a nulla ma in realtà nasce dalle riflessioni che sono scaturite leggendo un'intervista sul numero in edicola di Foto Cult su Renato D'Agostin giovane fotografo nato a Venezia ma trapiantato a New York che ha fatto della foto fine art una professione di alto livello...
Vi sono dei concetti che mi hanno colpito di più di questa intervista e riguardano l'approccio che D'Agostin ha con l'immagine; un giovane fotografo nato nell'era digitale che invece ha sempre scattato a pellicola e continua a farlo, e continua a passare ore in camera oscura stampando le sue foto in tiratura limitata, per la nostra Italia è una specie di alieno. 
Noi non siamo più abituati ad un approccio così concettuale alla fotografia, o meglio abbiamo completamente perso questa visione esclusiva, abbiamo perso la capacità di pensare che le immagini debbono essere un racconto della quotidianità e che questo racconto può nascere anche da una visione intimistica del mondo.
Personalmente capisco perfettamente quando in questa intervista leggo che "...io credo di non avere  mai scattato una foto senza una musica nelle orecchie!" perché è uno dei miei modi di fotografare, camminare per il mio mondo, per la mia città con la mia colonna sonora nelle orecchie e tutto il resto non esiste... questa è una forma di meditazione...

Come vedete ci riallacciamo al discorso iniziale, già, perché avere perso la visione della fotografia concettuale, non avere un mercato per la fotografia che non sia, come dicevamo prima, "lavoro" , non ci permette più di fotografare guardando in noi stessi, osservando con attenzione quello che ci circonda, il mondo attorno a noi, con le persone, i luoghi e i loro fantasmi, le bellezze e i cancri della nostra società.

domenica 25 ottobre 2015

Un po' di tecnica... what's in my bag?

Uno dei siti più interessanti per chi come me tende a non dimenticare la fotografia analogica è quello di Japan Camera Hunter. Bellamy Hunt vive a Tokyo e nel tempo è diventato un punto di riferimento per tutti quelli che cercano macchine fotografiche a pellicola o altri tipi di gadget analogici... in più da tempo ha creato nella sua pagina un angolo in cui ognuno può mostrare cosa si trova nella sua borsa fotografica... 

In Your bag

Questo link diventa estremamente interessante non solo per chi fotografa in analogico ma anche per tutti quelli che sono realmente appassionati di fotografia perché permette di conoscere alcuni segreti dei fotografi per così dire "vintage" ad esempio l'uso di quello strano oggetto che si chiama esposimetro... 

Già l'esposimetro quello sconosciuto... 
O forse dovrei dire l'esposizione quella sconosciuta... Già perché oggi sempre più spesso con le macchine tutto fare ci si scorda che alla base di una buona fotografia c'è sempre una buona lettura della luce e che la luce non è tutta uguale...
Facciamo un esempio pratico... se io imposto un qualunque "program" nella mia macchinetta tuttofare questa probabilmente tenderà a  leggere la luce nell'inquadratura e fare una media delle varie esposizioni, restituendomi quanto di meglio (o per meglio dire di "medio") si può per ottenere una foto leggibile... ma in realtà è sempre così? Ovviamente no... la lettura esposimetrica delle macchine fotografiche è ovviamente un compromesso e inoltre non permette di potere decidere se esporre in un area dell'immagine piuttosto che su un altra.. Certo se stiamo fotografando in una giornata limpida il cielo con qualche piccola nuvola bianca e magari una statua di marmo non abbiamo molti problemi, se però in una immagine abbiamo molte ombre e molte luci ossia gli opposti della nostra scala luminosa il problema si pone, ci dovremmo chiedere cosa voglio fare risaltare... le ombre o la luce... devo chiedermi cosa voglio ottenere, in altre parole devo pensare la foto prima di scattarla e se lo faccio magari rinuncio a quelle ...mila scatti inutili e mi semplifico anche la post produzione...

Esaminiamo ad esempio questa immagine siamo in un interno davanti ad una porta con una notevole luce all'esterno ma un soggetto all'interno, nel giro di poco tempo bisogna decidere se si vuole evidenziare l'esterno o il soggetto all'interno e sapere che se espongo per il soggetto l'esterno sarà sovraesposto e meno leggibile e viceversa se espongo per il giardino il soggetto sarà decisamente sottoesposto... il problema è tutto nell'effetto finale che si vuole ottenere...

Ovviamente per potere leggere correttamente la luce non sempre possiamo utilizzare l'esposizione media delle macchine fotografiche (chiamiamola matrix o media ponderata poco cambia) ma dobbiamo preferire un tipo di lettura della luce più... come dire... concentrata!!
Per questo troviamo nelle macchine fotografiche un tipo di lettura esposimetrica che si chiama spot o semispot che riduce drasticamente l'area di lettura della luce e la concentra in un punto più o meno piccolo permettendoci di creare (parolone) la nostra lettura della luce e quindi la nostra immagine che ovviamente sarà diversa da quella di tutti gli altri...

Per chi volesse approfondire il tema dell'esposizione vi rimando ad un link della Nikon School che parla di quello che si può in assoluto considerare il metodo più completo per valutare la luce in una immagine ossia il "sistema zonale" creato da Ansel Adams e ancora oggi validissimo quantomeno come teoria... poi in pratica come sempre dopo avere imparato a suonare si può anche... dimenticare come si suona e improvvisare... ma questa è un altra storia...